Il presidente di CNA Emilia-Romagna, Paolo Cavini «Una crisi industriale non si ferma ai cancelli della grande azienda. Il nuovo Patto deve diventare uno strumento concreto di politica industriale, mettendo al centro energia, semplificazione, investimenti e tenuta delle filiere»

Trentotto tavoli di salvaguardia aperti in Emilia-Romagna, trentuno vertenze e sette situazioni sotto osservazione, circa settemila lavoratori coinvolti. La fotografia pubblicata il 28 agosto da Il Resto del Carlino racconta una fase delicata per il sistema produttivo regionale, dalla meccanica alla moda, dalla chimica alla logistica, fino al biomedicale e all’editoria. Ma, secondo CNA Emilia-Romagna, c’è una parte della crisi che rischia di rimanere fuori dalla fotografia.

“Settemila posti di lavoro a rischio sono un dato che non può lasciare indifferenti e ogni vertenza merita la massima attenzione. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che ciò che arriva ai tavoli istituzionali rappresenta soltanto la parte più visibile del problema”, afferma Paolo Cavini, presidente di CNA Emilia-Romagna. “Una crisi industriale non si ferma ai cancelli della grande azienda. Quando una produzione rallenta, uno stabilimento ridimensiona la propria attività o un gruppo internazionale decide di disinvestire, le conseguenze attraversano tutta la filiera: fornitori, subfornitori, manutentori, trasportatori, imprese di servizio. E molto spesso sono proprio le micro e piccole imprese ad avere meno strumenti per assorbire l’urto”.

È un elemento che emerge dalla stessa ricostruzione del quotidiano: per le imprese con meno di quindici dipendenti non esistono normalmente tavoli di crisi e la loro eventuale chiusura rischia quindi di diventare visibile soltanto a posteriori, nelle statistiche.

“Questo è il punto sul quale dobbiamo cambiare prospettiva”, prosegue Cavini. “Non possiamo pensare la politica industriale esclusivamente a partire dalle grandi aziende e intervenire quando la crisi è già esplosa. Dobbiamo imparare a leggere prima ciò che sta accadendo lungo l’intera catena produttiva, perché dietro una grande impresa in difficoltà possono esserci decine o centinaia di piccole attività che perdono commesse, comprimono i margini, rinviano gli investimenti e, nei casi peggiori, escono silenziosamente dal mercato e l’Emilia-Romagna non può permetterselo perché l’ossatura portante imprenditoriale è fatto di micro, piccole e medie imprese eccellenti che insieme impiegano il 75% della forza lavoro regionale”.

Un segnale che si inserisce in una fase già complessa per le micro e piccole imprese dell’Emilia-Romagna. I dati di TrendER 2026, l’osservatorio promosso da CNA Emilia-Romagna con Istat, hanno evidenziato nel 2025 una diminuzione dei ricavi dell’1,2% e una forte contrazione degli investimenti, mentre il manifatturiero ha registrato una flessione del 3,8%. Un quadro che CNA aveva definito non di crollo generalizzato, ma di indebolimento diffuso della capacità delle imprese di programmare il futuro.

Per CNA affrontare le crisi significa innanzitutto costruire una politica industriale di filiera. “Ogni volta che si apre un tavolo su una grande impresa”, sottolinea Cavini, “dovremmo chiederci immediatamente quale sia l’impatto sul sistema dei fornitori e dei subfornitori del territorio. Bisogna essere capaci di intercettare quelle difficoltà prima che diventino irreversibili e mettere a disposizione strumenti per la liquidità, per il credito, per gli investimenti, per l’innovazione e, quando necessario, per aiutare le imprese a diversificare mercati e clienti”.

Per CNA, tuttavia, sostenere la competitività significa anche intervenire su un altro costo che grava in modo particolare sulle imprese più piccole: quello della complessità burocratica. Procedure ridondanti, tempi amministrativi troppo lunghi, sovrapposizioni tra livelli decisionali e incertezza nell’applicazione delle norme sottraggono risorse, tempo e capacità di investimento alle aziende.

“La burocrazia è un costo reale per le imprese, anche se non compare in bolletta”, sottolinea Cavini. “Per questo la semplificazione deve diventare una vera politica industriale, perseguita con determinazione a ogni livello amministrativo. Semplificare non significa avere meno regole, ma avere regole chiare, procedure più semplici, tempi certi e responsabilità definite. Per una micro o piccola impresa, che non dispone di strutture dedicate agli adempimenti, ogni complicazione amministrativa pesa proporzionalmente molto più che su una grande organizzazione. Liberare le imprese da oneri e passaggi non necessari significa restituire loro tempo e risorse da destinare al lavoro, agli investimenti e all’innovazione”.

Accanto al costo della burocrazia, l’altro grande nodo che incide sulla competitività delle imprese è quello dell’energia. Nel luglio scorso CNA Emilia-Romagna ha dedicato la propria Assemblea regionale proprio all’autonomia energetica delle imprese, chiedendo una strategia capace di rendere più semplice l’autoproduzione da fonti rinnovabili e di ridurre la vulnerabilità delle piccole aziende rispetto alla volatilità dei prezzi. Per Cavini, energia e semplificazione sono ormai componenti essenziali della politica industriale perché incidono direttamente sulla possibilità delle imprese di investire, innovare e competere.

“Quando parliamo di competitività non possiamo continuare a considerare il costo dell’energia come una variabile esterna sulla quale intervenire soltanto nelle emergenze”, aggiunge il presidente regionale di CNA. “Per una piccola impresa avere energia a costi sostenibili e prevedibili significa poter fare un investimento, acquistare un nuovo macchinario, assumere una persona, mantenere una commessa in Italia anziché perdere terreno rispetto a un concorrente europeo o internazionale”.

In questo scenario assume un significato particolare anche il nuovo Patto per il lavoro, il clima e l’economia sociale, la cui firma è prevista per l’8 settembre.

“CNA crede nel metodo del confronto e nella capacità che l’Emilia-Romagna ha sempre avuto di costruire strategie condivise”, conclude Cavini. “Ma proprio perché stiamo attraversando una trasformazione profonda del nostro sistema produttivo, il nuovo Patto dovrà essere soprattutto uno strumento operativo. La sua efficacia si misurerà nella capacità di trasformare gli obiettivi in politiche accessibili anche alla micro e piccola impresa. E tra gli impegni concreti deve esserci quello per una semplificazione diretta, attiva e rapida: dobbiamo individuare ciò che può essere semplificato e farlo, senza attendere che procedure inutilmente complesse diventino un ulteriore fattore di debolezza per le imprese. Questo impegno deve attraversare tutti i livelli amministrativi, perché la burocrazia ha un costo e quel costo finisce inevitabilmente per pesare sulla capacità di investire e competere. Difendere una filiera significa certamente intervenire quando una grande azienda entra in crisi, ma significa ancora di più creare le condizioni perché le migliaia di piccole imprese che tengono insieme quella filiera possano continuare a investire, innovare e produrre qui. Sono filiere custodi di un sapere unico. La politica industriale dell’Emilia-Romagna deve cominciare prima della crisi, non quando la crisi è già arrivata”.