La filiera automotive italiana è davanti alla trasformazione industriale più profonda degli ultimi cinquant’anni. Non si tratta soltanto del passaggio dal motore termico all’elettrico, ma di un cambiamento che investe competenze, produzione, catene di fornitura, occupazione e autonomia tecnologica del Paese.
È il messaggio centrale del position paper CNA “Il futuro dell’automotive: competenze in movimento”, presentato a Roma nell’auditorium della Confederazione con l’introduzione del responsabile dipartimento relazioni sindacali Maurizio De Carli. Poi gli interventi del vice presidente di CNA Modena Roberto Zani, del presidente di CNA Industria Piemonte Nicola Scarlatelli e della responsabile di CNA Produzione, Valentina Di Berardino. A seguire la tavola rotonda dove sono intervenuti il Presidente di CNA Produzione Roberta Piccinini e i segretari generali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Gianluca Ficco. A concludere i lavori il presidente nazionale CNA, Dario Costantini.
Il documento evidenzia come la transizione verso la mobilità a basse emissioni sia un processo irreversibile, ma debba essere accompagnata da una vera politica industriale europea, nazionale e territoriale.
La filiera dell’auto resta un pilastro dell’economia italiana. Nel 2024 il settore ha generato 380 miliardi di euro di fatturato e oltre un milione di addetti, con una componente produttiva che vale 113 miliardi e 273mila occupati. La sola filiera “core”, secondo i dati Istat, conta oltre 112mila imprese e più di 546mila addetti.
Il rischio, sottolinea CNA, è che la transizione venga letta soltanto attraverso il destino dei grandi costruttori, mentre il cuore della competitività italiana è rappresentato da una rete diffusa di micro, piccole e medie imprese della componentistica, della meccanica, della subfornitura, della manutenzione e dei servizi collegati. Imprese spesso collocate nei livelli più bassi della catena del valore, ma decisive per conservare competenze, capacità produttiva e lavoro qualificato.
Il documento richiama anche le difficoltà della produzione nazionale, aggravate dal ridimensionamento dei volumi Stellantis e dal sottoutilizzo degli impianti. Una crisi che colpisce in modo diverso i territori, dal Piemonte al Lazio, dall’Abruzzo all’Emilia-Romagna, ma che pone ovunque lo stesso tema: evitare che la transizione si traduca in deindustrializzazione.
Per CNA non bisogna fermare il cambiamento, ma governarlo. Servono strumenti concreti: un Patto nazionale per le competenze automotive, il rafforzamento degli ITS, percorsi di riqualificazione durante le fasi di riduzione produttiva, patti territoriali della transizione, reti d’impresa, contratti di filiera, credito accessibile e un Fondo Automotive rifinanziato con una linea specifica per le micro, piccole e medie imprese.
CNA chiede inoltre un approccio europeo “multi-percorso”, capace di valorizzare elettrico, idrogeno, biocarburanti, software, batterie e nuove tecnologie, evitando dipendenze strategiche da Paesi terzi. La sfida con la Cina, infatti, non riguarda solo il costo del lavoro, ma il controllo dell’intera catena del valore, dalle materie prime critiche alle batterie.
La conclusione del documento è netta: la neutralità climatica deve procedere insieme alla sostenibilità industriale e sociale. Senza investimenti, competenze e strumenti su misura per le piccole imprese, l’Italia rischia di perdere insieme produzione, lavoro e tecnologia. Con una strategia adeguata, invece, la transizione può diventare occasione per rilanciare la manifattura italiana e rafforzare il ruolo delle PMI nelle filiere strategiche del futuro.


